Girovagando

EarthDay, nel cuore della terra

29 aprile 2017

E’ il primo giorno di lavoro per Eugenio Di Giambattista alle miniere di Acquafredda. E’ arrivato davanti l’ingresso senza sapere bene cosa fare e gli ordinano di entrare, proseguire fino al fondo della miniera e , una volta giunto, ripararsi, che presto avrebbero fatto scoppiare della dinamite. Una cosa da niente, un’operazione all’ordine del giorno. Eugenio fa esattamente ciò che gli ordinano. Scoppia la dinamite, qualcosa non va e lui resta bloccato senza via d’uscita, impedito anche ad alzarsi perché il bitume incolla a terra. E lui piange, il suo primo giorno di lavoro semplicemente piange.

Quella del signor Eugenio è solo una delle storie commoventi che le miniere di Acquafredda, ed i ricordi di chi le ha ascoltate, narrano ancora. Con una lunga settimana di ritardo vi racconto come ho passato la mia Giornata della Terra, #earthday2017, insieme al team del Parco Majella. Era il 22 aprile, sabato scorso.

E per l’occasione quale posto si poteva scegliere se non le viscere stesse della terra? Beh, noi siamo andati proprio lì, dentro le miniere di Acquafredda, località montana del comune di Roccamorice. Un posto strepitoso dal quale si gode  la bellezza imponente della Maiella, complice ovviamente anche la giornata assolata e calda al punto giusto.

Oggi ad Acquafredda regna sovrana la natura, ma come hanno spiegato gli esperti del Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale (GRAIM), lì un tempo c’era un vero e proprio nucleo industriale, un’altra città. Ma ve lo immaginate? Fabbriche, teleferiche che corrono da una parte all’altra delle verdeggianti vallate, forni sempre accesi (tranne uno che non funzionava mai) e progetti aziendali di sfruttamento delle risorse (pozzi di estrazione) che, sinceramente, oggi, solo il pensiero, mi fa accapponare la pelle. Fortunatamente (probabilmente non tutti sarete d’accordo) quella zona ora appare intatta, anche affascinante con i resti di quella città industriale che si intravede nelle rovine di alcuni stabilimenti in pietra, quasi quasi divorati dalla vegetazione, una sorta di rivendicazione.

Una città industriale in lotta con gli insediamenti agro-pastorali che già vi insistevano, e l’uno non reggeva la presenza dell’altro, una convivenza difficile che si esprimeva anche nel distruggersi a vicenda le proprie costruzioni. Ad Acquafredda ci sono ancora, tra l’altro, le capanne in pietra, i tolos, testimoni dell’altra faccia di quella civiltà che della natura faceva la sua ricchezza in tutto rispetto. Era la fine del 1800 quando si iniziò con l‘insediamento e la seconda metà del ‘900 quando avvenne il declino.

Tra tutte le miniere esistenti (almeno dieci) ad Acquafredda ho avuto la possibilità di entrare in una facilmente raggiungibile e percorribile al suo interno. Insomma, pensare che degli essere umani lavorassero lì, al buio, 12 ore, è incredibile.

Provate a pensarci, ad immedesimarvi.

Nelle miniere della Maiella veniva estratto il bitume che serviva per fare l’asfalto. Il bitume in pratica era assorbito dalle pietre carsiche e, solo se riscaldata, la pietra rilasciava questa sostanza in forma liquida (ecco perché i forni). Ancora oggi si trovano le pietre bituminose riconoscibili dall’inconfondibile e fastidioso odore di asfalto che, a modo loro, raccontano una storia. Fortunatamente gli eventi hanno percorso un’altra strada, quella che vi ho brevemente raccontato , quella che nell’Earth Day merita di essere raccontata: la storia della natura che si è ripresa il suo paesaggio.

Nelle miniere vi lavoravano anche le donne, ma questa storia ve l’ho già raccontata. “Storia abruzzese di donna minatrici”.

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