Girovagando

Ad Ocriticum con Le Majellane, alla scoperta delle dee

29 Mag 2016

Devo tornarci al tramonto quando le luci ed il rumoroso silenzio della natura ti trasportano dritta in un’altra dimensione, la immagino come una dimensione sospesa in cui tempo e spazio si annullano e restano sentimenti e sensazioni che ti riconsegnano dritta lì dove nasce il tutto. Quel tutto che nessuno sa cosa sia, ma c’è, e a volte lo si sente dentro. Ad Ocriticum i movimenti di un qualcos’altro, energie invisibili, sono palpabili dal cuore.

Ad Ocriticum non c’ero mai stata prima di ieri quando mi sono ritrovata parte del gruppo de “Le majellane”, tutte donne, professioniste varie, credo, tutte appassionate esploratrici della storia, quella minore che resta nascosta, e che di conseguenza non permette un quadro veritiero di ciò che siamo stati. Le majellane vanno alla ricerca di antiche figure femminili, ago della bilancia della Terra fin dalla notte dei tempi, in quelle che erano società matrifocali. Figure alle quali non viene data la giusta rilevanza distorcendo, quindi, in un certo senso la storia stessa. Ed è alla riscoperta di questo passato che con Le majellane mi sono ritrovate in una delle aree archeologiche più importanti della Valle peligna, quella di Cansano.

Ocriticum sorge alle falde del monte Mitra dove un tempo passava una delle “autostrade” antiche più importanti, la via Nova, di collegamento tra la Grecia ed il nord Europa, è facile pensare, quindi, come Ocriticum sia stata un zona di “scambio” materiale ed immateriale. Come tutta la Valle Peligna (che ho scoperto ieri deriva dalla dea Pelina e non Pelino), del resto, attraversata anche dalla Tiburtina e che s’incrociava con la via Nova proprio a Corfinio, capitale italica.

Ad Ocriticum, causa scarsocriticum, tempio di gioveezza di fondi (purtroppo e come al solito) il team di archeologi tra cui Susanna Tuteri, che ieri ci ha guidate alla scoperta di questo prezioso sito, ha dovuto fare una scelta su cosa scavare. Ed ecco che sono venute alla luce un abitato, una necropoli, una calcara di età romana, che richiama inevitabilmente la tradizione cansanese e la zona sacra. E’ su quest’ultima che ci siamo concentrate.

Tre i templi, uno parallelo all’altro: c’è il santuario italico legato al culto di Ercole, che si distingue nella fattura a quello dedicato probabilmente a Giove.

E poi, c’è il tempietto dedicato alle divinità femminili all’interno del quale sono stati rinvenuti diversi oggetti dedicatiocriticum, tempio dee alla toelettatura. Si ipotizza che le sacerdotesse celebrassero Venere, Cerere e Diana attraverso riti in cui si utilizzavano unguenti o per loro stesse o per le statue che le rappresentavano alla cui base c’erano raccoglitori in cui finivano questi prodotti o, altra tesi, il sangue di piccoli sacrifici animali. La cosa più curiosa è che sempre le sacerdotesse praticavano la prostituzione sacra. Si parla di un periodo in cui non esisteva tabù sessuale anche se solo loro erano “autorizzate” ad avere una certa libertà, le donne del popolo dovevano mantenere la verginità. La prostituzione sacra, praticataa nome delle divinità, portava anche ricchezza economica e un notevole “indotto” al paese che doveva essere pronto a quella che oggi, nei fatti, chiamiamo “ricettività”.

Per millenni, mi hanno spiegato, la sessualità era considerata la forma più alta del sacro. Nei sumeri, addirittura, si consumava l’atto proprio nei templi sacri, in determinati momenti dell’anno, per ricevere il favore della Natura.

Tutto ci riconduce a lei, inevitabilmente, basta ascoltare la voce giusta. Un zona sospesa, Ocriticum, dove per una mattinata la mia nuova idea di vità si è rafforzata anche grazie a qualche parola guida detta da Le Majellane.

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