L'intervista

Alessandro Pace: professione fotografo, passione Abruzzo

11 Marzo 2017
(foto di copertina di Graziana Garzone)

A volte è difficile scrivere di persone che conosci fin da piccola, tuttavia  con Alessandro Pace ho voluto provare lo stesso, per sperimentare, per vedere quello che ne viene fuori. Non ci vuole nulla a notare le personalità eccezionali che ci piombano sulla strada e parlarne oltre ogni misura; difficile, invece, è rendersi conto del lento lavoro di raffinatura che portano avanti i tuoi compaesani. Alessandro è, come me, di Roccacasale. Ho scelto di rivolgere a lui l’intervista di questa settimana perché da ragazzina mai avrei immaginato che sarebbe finito a fare il fotografo, eppure ha scelto questa strada e la persegue con una certa determinazione. Seguendo quella che era la passione del padre e supportato, in un certo senso, dall’intervento provvidenziale del fratello, Alessandro ha scelto di seguire la sua indole creativa  frequentando il corso triennale di Fotografia presso la Fondazione Studio Marangoni di Firenze. Ovviamente ho scelto Alessandro anche e soprattutto per la sua esigenza di esprimere l’Abruzzo.

Cosa cerchi in uno scatto?

Non penso proprio alla ricerca di uno scatto, ma ad una serie di scatti che daranno vita ad un racconto che possa essere fruibile, emozionare e far capire la mia ricerca. In definitiva cerco un buon progetto che mi appassioni e mi permetta di lavorare in maniera più approfondita.

Quali sono i tuoi soggetti?

Ho molti interessi e soggetti che mi piace fotografare  e raccontare. Un soggetto che mi appassiona molto è il paesaggio antropico. L’uomo da sempre è intervenuto sull’ambiente in base alle sue esigenze, il più delle volte in maniera brutale. Investigare sul paesaggio, sul suo cambiamento mettendo in relazione uomo e ambiente è in buona parte quello che cerco.

La tua ricerca è in parte legata anche alla ri-scoperta dell’Abruzzo, quali sono i progetti che stai portando avanti?

Sono molto legato all’Abruzzo, soprattutto dai luoghi che mi riportano alla mente dove sono cresciuto. La fotografia mi permette di esplorarli e riconoscerli. Non è solo un lavoro di documentazione, ma segue in buona parte la mia storia.

Per circa tre anni ho lavorato sugli effetti del sisma che ha sconvolto la città dell’Aquila. E’ stata la prima volta che mi confrontavo con una tragedia di questa intensità. Non è stato facile scattare. Era così surreale, negli appartamenti  fotografati era tutto mescolato, immobile, sospeso. Gli stessi proprietari che mi hanno accompagnato erano disorientati. Tanta tristezza e a tratti anche paura per quello che trovavo. Nella Valle Peligna siamo stati sfiorati, era il mio pensiero ricorrente mentre fotografavo. Il terremoto è un fenomeno naturale che purtroppo ci appartiene, ci vuole rispetto per l’ambiente, decisamente costruzioni adeguate e imparare dal precedente.

L’Aquila terremoto, interno

Ora la mia attenzione è rivolta al nostro Appennino. Con l’aiuto di un amico geologo, Gianluca Taddei, ho iniziato a fotografare la faglia del Monte Morrone lunga 23 km, da Pacentro (AQ) a Popoli (PE).  L’idea, almeno per il momento, è  descrivere quello che è successo e sta succedendo in questi paesaggi “mobili”, un work in progress che devo ancora approfondire.

Montagne abruzzesi: raccontaci l’ esperienza con i pastori macedoni.

“In Abruzzo il 90 per cento dei pastori è Macedone. E’ quanto afferma la Coldiretti, che ha collaborato alla realizzazione del rapporto annuale sull’immigrazione della Caritas Italiana e dalla Fondazione Migrantes. I lavoratori stranieri contribuiscono in modo strutturale e determinante all’economia agricola del Nostro Paese. Sono una garanzia del Made in Italy”.

Shefit ne è un esempio. Pastore macedone che insieme alla sua famiglia vive poco distante dal centro abitato di Villalago (AQ). Tra le montagne ricche di fascino ma anche di durezza e freddo mi ha permesso di seguire le sue giornate e di conoscerlo meglio. Mi ha raccontato dei suoi trascorsi, delle sue difficoltà e del suo impegno nell’accumulare risorse da reinvestire nel proprio paese d’origine. Un uomo di grande volontà aderente alla propria dignità. Lo dimostra il suo sguardo che non cerca gloria, ma le pecore che si sono allontanate di molto. Una persona davvero straordinaria.

Cos’altro sei riuscito a percepire di intrinseco nella nostra regione?

Il silenzio, soprattutto nelle provincie montane. Il silenzio che ci permette di avere un rapporto intimo con la natura circostante. Una grande fortuna.

Quali le mancanze e come, secondo te, bisognerebbe intervenire?

Ce ne sono tante di mancanze nella nostra regione, la più importante è il lavoro. Assistiamo ad un inesorabile impoverimento delle nostre valli, le istituzioni dovrebbero muoversi in un sistema che incoraggi i giovani, quindi il futuro, ad entrare nel mondo del lavoro come si deve. Deve considerare la creazione del lavoro e non il contrario come succede il più delle volte. Abbiamo imparato ad improvvisare ed arrangiare, ma così è molto difficile costruire un futuro. Credo che la politica ci abbia zittiti tutti.

Progetti futuri?

Continuare a lavorare con molta passione, avere una maggiore riconoscibilità professionale e magari anche una famiglia, augurandomi di costruire tutto

Anima Abruzzo

questo nella nostra regione.

Qual è la foto che hai scattato e che meglio di altre ha catturato l’anima dell’Abruzzo?

Questa mi piace molto.

 

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