L'intervista

Buon compleanno Carlo Tresca, eroe romantico

12 Marzo 2016

“Ci vediamo a piazza Tresca?”. Già, piazza Tresca, solo un luogo d’incontro a Sulmona da ragazzina, quando, cioè, non capivo il valore di quel “Tresca”. Crescendo e apprendendo, la toponomastica delle varie città ha iniziato a prendere un senso. Quel “Tresca” adesso mi risuona dentro come un grido di libertà, come la speranza di un mondo migliore, come una bomba, un idolo, un uomo da cui trarre esempio sotto molti aspetti. Un uomo, probabilmente, debole nella sua umanità, ma pieno di fermento, ideali e volontà per farli vivere. Nasce a Sulmona nel 1879; muore, assassinato a New York, nel 1943. Assassinato? Cosa avrà fatto mai quest’uomo per ricevere tale destino? Nella settimana in cui è ricorso l’anniversario del suo compleanno, Le Mille e un Abruzzo lo celebra con un’intervista a Stefano Di Berardo che su Carlo Tresca ha scritto un libro “La poesia dell’azione” edito da FrancoAngeli Editore. Dalla semplice tesi di laurea triennale, incentrata in particolar modo sulla morte di Tresca, Di Berardo ha approfondito l’argomento fino alla tesi specialistica in Scienze Politiche  e Relazioni Internazionali, Politica internazionale e Diplomazia.

Chi è Carlo Tresca?

Carlo Tresca è un simbolo, un uomo che aveva si tanti difetti, ma anche il più grande pregio: l’integrità. Nella sua vita è stato definito giornalista, socialista, anarchico, sindacalista, comunista, ma lui non può essere etichettato, ha sempre fatto quello che riteneva giusto qualsiasi fosse la conseguenza che ne seguiva. Carlo Tresca è un grande esempio, un grande uomo e non solo Sulmona, ma tutta l’Italia dovrebbe riscoprirlo.

Cosa faceva in Abruzzo e perché decise di partire per l’America?

In Abruzzo era iscritto al partito socialista a cui lo aveva avvicinato l’ambiente dei ferrovieri, a quell’epoca l’ambiente più combattivo. Si era avvicinato più per sfida verso il padre che per passione, ma come spesso accade la passione nacque e lo seguì per tutta la vita. Decise di lasciare l’Italia perché, come si direbbe oggi, aveva pestato i piedi a personaggi molto potenti e questi avevano deciso di fargliela pagare utilizzando la legge. Venne condannato a più di un anno di carcere per diffamazione a mezzo stampa nonostante avesse dalla sua numerose prove. Scelse così di lasciare l’Italia e di partire per gli Stati Uniti.

Qual era il suo pensiero?

Il suo pensiero può difficilmente essere inserito in una sola corrente ideologica, Tresca non era un teorico, ma un cultore dell’atto pratico, era attratto dalla “poesia dell’azione”. Decise di difendere i più deboli, di stare non solo dalla loro parte, ma anche accanto a loro quando lottavano. Non c’era nessuno a cui negasse il suo aiuto, la prova maggiore possiamo trovarla nel caso Sacco e Vanzetti, dove difese i due anarchici parte della corrente galleanista che aveva giurato odio eterno a Carlo.

E quali le azioni per attuarlo?

Le battaglie di Tresca si muovevano su più campi: dalla carta stampata, era un acuto polemista intelligente e tagliente, all’atto pratico, scioperi e manifestazioni dove si faceva trovare sempre in prima linea. Uno dei più grandi meriti che lo fecero grande fu comprendere che per lottare negli Stati Uniti si doveva uscire dagli ambienti ristretti italiani così da far comprendere alle persone che le battaglie che si ponevano in atto non riguardavano solo gli italiani o le singole comunità, ma tutti.

Che tipo di inimicizie gli crearono?

Tresca nella sua vita, per il suo modo di essere e per le sue lotte, si tirò dietro le inimicizie di molte persone e correnti. Fu odiato dalle autorità italiane sia prima che durante il fascismo, visto con sospetto dalle autorità americane, gli giurarono odio eterno alcuni ambienti anarchici, i comunisti dopo il 1936. A lui importava solo difendere i deboli, gli ultimi, coloro di cui a nessuno importava, e quindi fu sempre molto odiato da coloro che cercavano di difendere interessi che riteneva ingiusti.

Carlo Tresca, una definizione per descriverne l’umanità e la sua lotta?

Tresca non può essere semplificato con una definizione. Il personaggio, quello che a un certo punto nella New York degli anni quaranta era un mito, se proprio volessimo avvicinarlo a un’immagine, sceglierei quella di un eroe romantico.

 

11 gennaio 1943. Tresca, per motivi dovuti alla sua sicurezza, raramente rimaneva in ufficio fino a sera, e quando lo faceva era spesso in compagnia di Vincenzo Lionetti o Tony Ribarich, sua guardia del corpo ufficiosa. Quella sera nessuno dei due era in compagnia dell’anarchico, essendo stati avvisati degli ospiti che attendeva. L’unico membro della redazione presente era Luigi Ciccone, che fu mandato via da Tresca alle 20, aspettando i membri della Mazzini da un momento all’altro. Quella sera l’unico a presentarsi fu Calabi, nessuno degli altri si fece vivo né avvisò per comunicare la propria assenza. Dopo mezz’ora di attesa i due decisero di lasciare l’ufficio, erano circa le 20.38, per recarsi in una vicina trattoria, uscendo come d’abitudine dal lato del palazzo che dava sulla 15esima strada. Camminarono per una ventina di metri nel buio e nel silenzio spettrale delle strade di New York coperta dal coprifuoco bellico, fermandosi ad un semaforo in attesa che divenisse verde, quando emerse dal buio un tipo basso e tarchiato che sparò contro Carlo quattro colpi di pistola. Un proiettile colpì Tresca al lato sinistro della schiena, perforando il polmone, un secondo colpo lo raggiunse al volto, colpendolo sotto l’occhio destro e attraversando il cervello mentre si voltava verso il suo assalitore, gli altri due andarono a vuoto. Tresca cadde inerme al suolo morendo sul colpo.

(“La poesia dell’azione”, di Stefano Di Berardo, FrancoAngeli Editore, pag. 305-306)

 

 

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