L'intervista

Caro Appennino, di cosa hai bisogno? A colloquio con il professore Bartolomeo Schirone

22 Giu 2016

Le Mille e un Abruzzo a colloquio (virtuale) con il coordinatore del corso di laurea in Scienze della Montagna (ex Scienze Forestali) presso l’università della Tuscia, Bartolomeo Schirone, per comprendere il punto di vista accademico su ciò che è stato fatto e ciò che resta ancora da fare sulla catena dell’Appennino. Schirone, oltre ad essere docente e a portare avanti diverse attività, ha curato per l’Abruzzo la redazione dei piani forestali del: Parco Nazionale della Maiella; Parco Nazionale d’Abruzzo; Riserva Naturale Regionale Zompo Lo Schioppo a Morino (Aq); Riserva Naturale Regionale Abetina di Rosello (Ch); Riserva Naturale Regionale Cascate del Verde, Borrello (Ch); Riserva Naturale Regionale Castiglione Messer Marino (Ch) e quella della Riserva Naturale Regionale Lecceta di Torino di Sangro (Ch). Una formazione adeguata vuol dire personale specializzato a sostegno delle nostre montagne. Vediamo un po’…

Cambiano gli scenari sociali e le università sono costrette ad adattarsi, la Unitus trasforma il suo corso, perché?bartolomeo schirone prof unitus

La richiesta di un corso specifico in Scienze della Montagna nasce dal territorio reatino. Dopo l’apertura, a Edolo (BS), di un corso di laurea in Tutela e Valorizzazione dell’Ambiente e del Territorio Montano, dedicato fondamentalmente all’ambiente alpino, il CAI Lazio, dopo un’indagine tra i gli appassionati di montagna, ha suggerito all’Università della Tuscia di attivare a Rieti (centro geografico d’Italia, ai piedi del Terminillo) un corso di laurea dedicato agli Appennini. La Tuscia ha colto l’occasione per diversificare maggiormente, come richiesto dal ministero, la propria offerta formativa aprendo un corso di laurea unico del suo genere in Italia e, allo stesso tempo, per ridimensionare la proposta formativa in ambito strettamente forestale a causa della soppressione del Corpo Forestale dello Stato che finora ha assorbito tanti laureati. A Viterbo, comunque, rimane attivo un corso di laurea in Scienze Forestali. E’ stato chiesto alla Sabina Universitas (il Consorzio per il Polo Universitario Reatino, che sostiene finanziariamente il corso di laurea) di avviare un’indagine sull’attrattività del progetto ed è stata convocata dall’Università una conferenza dei portatori di interesse, locali, nazionali e internazionali, per valutare la fattibilità del progetto stesso. Il risultato è stato ampiamente positivo e, sottoposta al Ministero, è stata approvata.

Quali sono i mezzi che fornisce e quali le figure che mira a creare?

Vi è assoluta necessità di formare personale adatto a governare i territori della montagna europea giacché la montagna rappresenta oggi il maggior serbatoio territoriale per l’Europa centro meridionale.

Le pianure e le aree costiere sono affollate, trasformate, snaturate, esaurite si potrebbe dire, mentre in montagna vi è ancora “spazio libero” che significa biodiversità, risorse naturali, ecoservizi, agricoltura sostenibile, turismo, energie rinnovabili (idroelettrico, eolico, ecc.),  industria sostenibile (Pmi), innovazione. L’utilizzazione di questo spazio deve essere, però, governata per evitare i processi di profonda degradazione che, come si è detto, hanno interessato le aree pianeggianti del nostro e di molti altri paesi dell’Europa meridionale.

La necessità di tale governance è stata compresa e i meccanismi di base sono stati già attivati sulla montagna alpina. Infatti, con la recente istituzione della macroregione alpina si sta cercando di razionalizzare, integrare e coordinare i processi in corso. Occorre, perciò, preparare fin da ora una nuova generazione di giovani professionisti all’altezza della sfida e il corso di Edolo, che è nato con questo scopo, ha le competenze e l’impostazione per affrontare tale compito. L’università della Tuscia si propone di svolgere il ruolo di “complemento a sud” di Milano, occupandosi della montagna mediterranea per la quale il discorso è in gran parte diverso rispetto a quella alpina.

Il Corso intende fornire ai propri studenti i mezzi per conoscere le peculiarità dell’ambiente montano e gli strumenti più idonei per intervenire nei settori dell’ambiente, dell’agricoltura, del turismo e della valorizzazione dei prodotti locali. L’ambizione, però, è quella di sviluppare nel laureato le capacità gestionali e imprenditoriali che possano metterlo in grado di partecipare attivamente al governo del territorio o, meglio, di essere promotore e progettista degli indirizzi di governo del territorio montano. Per svolgere attività professionale, il  laureato in Scienze della Montagna avrà la possibilità di iscriversi all’Albo dei Dottori Afronomi e Forestali.

L’Appennino come comun denominatore con l’Abruzzo, ma di cosa ha bisogno questa catena montuosa? Quali le emergenze naturalistiche, sociali ed economiche?

Non si può parlare efficacemente di Appennini se non si inquadra questa catena montuosa in un contesto più ampio. Vi sono, infatti, caratteri comuni a tutta la montagna europea che potremmo definire quasi “strutturali”: i problemi della regimazione delle acque e della stabilità dei versanti, dell’abbandono del territorio, dei trasporti e, in parte, delle comunicazioni, e quindi dell’assistenza sanitaria, ecc. Tuttavia, sono difficoltà che in area alpina possono essere oggi affrontate secondo approcci di sviluppo sostenibile grazie alla maggiore ricchezza diffusa rispetto alle regioni montane del mediterraneo.

In quest’area i problemi sono aggravati dalla accentuata povertà, dal maggiore, e in alcuni casi massiccio, abbandono, dall’arretratezza dell’agricoltura e della selvicoltura, dal più marcato dissesto idrogeologico, dall’industria scarsamente presente. Allo stesso tempo, vi sono peculiarità che rendono la montagna mediterranea davvero unica e meriterebbero particolare attenzione sia in termini di conoscenza che di valorizzazione. Basta citarne tre.

Il patrimonio naturale in termini di biodiversità. Il mediterraneo è, notoriamente, una delle aree con maggiore biodiversità di tutto il pianeta ed è la più ricca d’Europa. Ma, come dimostrato dai biogeografi, i cosiddetti hotspots di biodiversità non si trovano nelle aree pianeggianti bensì  nelle regioni montane costiere del mediterraneo e i modelli di previsione ecologica dimostrano che tali aree, che hanno svolto funzione rifugiale per la flora e la fauna durante i periodi avversi, come le glaciazioni, fungeranno ancora da rifugi in caso di peggioramento climatico. Di qui la necessità di un’attenta politica territoriale per conservare la funzionalità di tali distretti.

Il patrimonio storico-archeologico. La storia della nostra civiltà è nata nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente e ancora oggi le aree montane di queste regioni offrono impressionanti testimonianze di quel cammino millenario. Purtroppo, gran parte di questa eredità è a rischio, non perché non protetta, ma perché sconosciuta ai più.

Il patrimonio paesaggistico e il potenziale turistico che ne deriva. Sono sufficienti alcune semplici cartoline a illustrare la grande differenza che intercorre tra la montagna alpina e quella mediterranea. Molto spesso la montagna mediterranea finisce a picco sul mare o vi è molto vicina. Ciò non solo genera paesaggi di superba bellezza, ma genera preziose opportunità. Infatti, una corretta gestione delle risorse locali, intesa anche come intelligenze, potrebbe rendere questi territori fruibili per il turista durante tutto l’anno. Servirebbe sono una sapiente integrazione dell’offerta.

Per contro, la regione montana mediterranea si trova oggi di fronte a una nuova e inaspettata minaccia che mette a serio rischio sia il suo patrimonio culturale che quello di biodiversità: la guerra. Varie aree del Medio Oriente, del Caucaso e del Nord Africa sono devastate da conflitti di cui non si intravede la conclusione. Tutto ciò si ripercuote indirettamente, attraverso le immense migrazioni forzate, anche sui territori europei non direttamente interessati dagli scontri. Per non parlare delle moltitudini di migranti africani spinti a nord dalla fame e dal bisogno.

La montagna alpina è pacificata da quasi un secolo e può giustamente pensare allo sviluppo, avvalendosi ora di nuovi ed efficaci strumenti come la strategia EUSALP. Quella mediterranea ha ancora problemi fondamentali da affrontare e tentare di risolvere.

I nostri studenti devono essere consapevoli di tutto ciò. Per questa ragione i nostri programmi di studio prevedono di dare adeguato spazio anche alla geografia politica e alla storia e in tal senso ci siamo già mossi avviando cicli di seminari sulle montagne del Mediterraneo e del Vicino oriente tenuti da colleghi del luogo che non solo illustrano agli studenti le caratteristiche ambientali, economiche e sociali delle varie regioni considerate, ma ne raccontano la storia  remota e recente fino alle vicende attuali. E sempre a questo scopo sono stati stabiliti contatti formali con finora quindici piccoli e medi atenei delle aree montane mediterranee per giungere alla creazione di una vera e propria rete di collaborazione e scambio di studenti e docenti.

L’Abruzzo e l’Appennino rappresentano il territorio più sviluppato della montagna mediterranea. Bisogna acquistarne consapevolezza e muoversi di conseguenza per essere pronti a svolgere efficacemente il ruolo di leader nei programmi di sviluppo che l’UE tra breve non potrà non avviare.

Come si potrebbe agire?

Come già detto, fornendo ai giovani una conoscenza approfondita dei territori montani e sviluppando le loro capacità imprenditoriali. Allo stesso tempo, però, spiegando bene che lo sviluppo della montagna non si identifica con le piste da sci, la pastorizia o il taglio dei boschi, ma passa per la conservazione dell’ambiente non coniugata bensì impostata sull’innovazione più ardita e il dominio di approcci scientifici e  tecnologici d’avanguardia.

In che modo si sviluppa un turismo responsabile e sostenibile con l’obiettivo di attrarre più visitatori possibili mantenendo intatta l’identità naturalistica dei territori?

Attraverso l’abbandono, e l’esempio dovrebbe essere dato soprattutto dai giovani (speriamo i nostri laureati), di abitudini e costumi legati a modelli impostati su un anacronistico consumismo abbandonato nei paesi più avanzati. Si può fare sport, divertirsi, ballare, ecc., senza bisogno di neon, alberghi di dieci piani o strade a quattro corsie per raggiungere i posti più remoti. Soprattutto, rendendo il territorio accogliente attraverso una pulizia e manutenzione accurata e minuziosa dello stesso. Molti  paesi  europei, ma anche alcune realtà italiane,  insegnano.

Che tipo di relazioni si potrebbero intrecciare tra le varie regioni attraversate dall’Appennino?

Tra le regioni attraversate dall’Appennino occorrerebbe, innanzitutto, una rete comune di conoscenze relative alle tematiche ambientali, economiche e sociali che consenta di individuare le differenze e le affinità tra i vari distretti. Questa è la base per l’individuazione di qualsivoglia strumento d’intervento e sviluppo. Tuttavia, per quanto paradossale possa sembrare a fronte di migliaia e migliaia di studi settoriali e di organismi di collegamento anche statali, tale base comune e condivisa ancora non esiste. Noi stiamo cercando di realizzarla almeno a livello universitario, ma siamo ancora agli inizi.

 

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