L'intervista

Ezio Colanzi, istantanee su due ruote nell’Abruzzo abbandonato

10 Dicembre 2016

Ci sono anime che  sembrano attrarti più di altre, forse perché esprimono quel lato di te che non riesci a concretizzare, mentre per loro è difficile tenerlo a bada. Con Ezio Colanzi c’è questa specie di sintonia intesa nell’ammirazione che si prova per una persona che su due ruote, in solitaria, ha attraversato le montagne abruzzesi, in un circuito che unisce paesi abbandonati. Mi trasmette un senso di libertà. Un progetto che prosegue e si può seguire sul sito www.cicloeremia.com. Premesso questo, non ho potuto fare a meno di riempirlo di domande e, letto il suo libro, partire da alcuni passi che mi hanno ispirata. Le sue risposte sono lapidarie e fulminee, così come le riflessioni  riportate nel libro  in tutta la loro semplicità, quasi a voler catturare il senso primordiale dell’esistenza.

Una passione, sicuramente di più. In “Dove tornano le nuvole bianche” chiare sono quelle per la natura, la bicicletta e l’Abruzzo. Perché hai scelto un itinerario che attraversa borghi abbandonati e come hai strutturato la tua scelta?

Ho sempre trovato interessante attraversare le montagne, più che salirle. Le catene di cime mi sembrano spazi dove inoltrarsi, qualche volta barriere. Tendere a una vetta ha fascino ma ha senso allo stesso modo entrare nelle montagne, perdersi nei boschi, osservare come variano gli alberi con le quote. Osservare le pietre, i muri vecchi. Molti spazi montani e una volta abitati non lo sono più. Nel libro ho provato a trasmettere l’esperienza di uno che attraversa l’abbandono in una volta. Io l’ho fatto nell’estate del 2014, in bici. Avevo con me il cibo necessario per quindici giorni, una tenda.

Con Cicloeremia, negli ultimi due anni, ho girato buona parte dell’Italia montana, per un totale circa di 25000 km di mulattiere pedalate. Oggi mi rendo conto che in termini di abbandono l’entroterra d’Abruzzo è specchio di quanto capita sull’intero Appennino o in molte zone delle Alpi. L’abbandono è una pratica umana di mille e mille sfumature. Si tratta di un processo che dura nel tempo, nonostante il tempo. Un borgo di ruderi è soltanto lo scenario conclusivo.

appunti in tenda (foto di Ezio Colanzi)

Un diario, una serie di annotazioni, pensieri che spesso sorprendono per la loro intensità, schiettezza e semplicità nel concretizzare riflessioni e sentimenti primordiali, ma sempre più lontani dall’essere umano. Poesia. Come nasce il tuo libro e cosa, in particolare, ti preme trasmettere al lettore?

Non c’è volontà di comunicare un concetto, nessuna nozione da tramandare. Propongo di leggerlo con leggerezza, con un po’ di disattenzione anche.

Ho visitato un abbandono recente, paesi lasciati nel corso del secolo scorso. Il fatto è che di fianco a spazi disabitati come mi aspettavo ho incontrato persone, uomini che resistono in montagna. Mi sembrava che per capire qualcosa dell’abbandono fosse necessario passare per i racconti degli ultimi residenti. Ho preferito scrivere, ripetere una parte delle loro storie. L’abbandono per voce degli abitanti rimasti. Così mestieri, vita di ogni giorno, pezzi di memoria, pochi ritorni.

Scrivi: “L’ultimo che abbandona crea la sospensione, il tempo rallenta, tutto si blocca su un istante estremo. […] Chi torna lascia che le forme degli altri accadano ripetutamente nelle proprie. Così quello non è il luogo da dove tutti sono partiti, ma il luogo dove tutti s’incontrano”. Può un borgo abbandonato non essere mai effettivamente abbandonato?

L’uomo realizza le proprie opere nei borghi. Un campanile, una fontana, una fila di muri. Pietre che restano, anche quando l’uomo manca. Restano come forme umane. L’altezza di uno scaffale in una vecchia cucina racconta la statura di chi abitava dentro.

La vita è presente ad esempio come piante che si espandono e coprono le pietre. Quella dell’albero di melograno che cresce al centro di una vecchia cucina mi pare la stessa vita che farebbe passeggiare un uomo per i vicoli.

I cimiteri sono i punti più frequentati dei paesi abbandonati, dove ancora qualcuno va i primi di novembre o per il pretesto di una ricorrenza. Il cimitero sembra l’ultimo luogo che si lascia, il legame finale. Dopo anni c’è ancora chi porta fiori nuovi.

Ed ancora su un pastore incontrato lungo il viaggio: “Morì come muoiono i pastori scapoli dei paesi. Un funerale poco affollato, un fratello tornato dal Nord per ricevere le condoglianze”. Affermazione che mi riconduce a quanto espresso da Arminio Franco durante il suo intervento a Sulmona in occasione del Festival delle Narrazioni. In pratica sosteneva che nella realtà dei fatti nessuna donna è disposta a sposare un pastore se non qualche rara eccezione e principalmente donne provenienti dall’Est Europa, quanto, invece, la foto di un pastore dovrebbe stare accanto a quella del presidente della Repubblica in tutti i luoghi istituzionali, perlomeno in Abruzzo. Qual è l’importanza di questa figura in questa regione e nella società attuale? Sono persone che veramente devono fare una scelta di vita che conduce alla solitudine?

Ho amici pastori, parlando con loro comprendo il disagio di uomini che devono abitare in luoghi dove non ci sono più comunità, né scuole, né punti sanitari. Esistono poi convivenze difficili con i parchi, la necessità di difendere le greggi dai predatori. Sono uomini esposti ai capricci atmosferici in altitudine. Alcuni hanno ricevuto in eredità dai padri il mestiere e un bastone. Altri sono tornati ai prati di quota per scelta.

I pastori sono più o meno importanti per questa società, non lo so. Credo che la montagna debba essere abitata, credo nella simbiosi tra attività umane e ambiente. Per cui sono contento di incontrare pastori, anche per il fatto che sono spesso persone speciali. I mestieri restano mestieri, ci passiamo attraverso e nel frattempo siamo anche altro.

E poi l’uomo fa i conti con la solitudine in ogni caso, non credo dipenda dai luoghi. Il problema è di tutti. Ci si può sentire molto soli in una piazza affollata.

pagliare di Tione (foto di Ezio Colanzi)

“Oggi si viene per passatempo. Nessuno per lavoro”, altra riflessione che hai appuntato in occasione della sosta alle Pagliare di Tione. Gli antichi mestieri possono a tuo parere, e considerata la società in cui viviamo oggi, essere una vera e propria forma di sostentamento per una famiglia? In che modo e quali possono essere gli interventi a loro favore?

Un mestiere è sempre utile, hanno ragione gli anziani. Può sostenere una famiglia, certo. Chi conosce un mestiere ha secondo me una possibilità in più. Personalmente dopo la laurea in economia ho imparato l’apicoltura, sono soddisfatto delle api.

Va bene, il fare delle mani. Ma vecchi mestieri devono vestirsi da nuovi, essere attività economica, avere in partenza un mercato piuttosto certo di riferimento. O si corre il rischio di imitare il passato senza frutti, per una malinconia illusoria e sempre poco credibile.

Vorrei separare la nostalgia per le professioni di sempre dalla possibilità di ritorno in montagna. Chi torna deve farlo per convenienza, come chi se ne va. O è tutto vano.

Non avrei una ricetta da consigliare, né una lista di mestieri da preferire, ma ho conosciuto esperienze riuscite. Mi basta sapere che sia possibile la scelta. Una facoltà così, per chi vuole. Sapere che ci sono persone che trovano prospettive è già molto.

Propongo a chi torna di non aspettarsi nulla dalle istituzioni, di farlo se vuole davvero e se trova profitto nella propria attività. Deve sapere di essere solo. Una bella sfida. C’è spazio per tutti.

Restiamo comunque altri uomini. Negli anni abbiamo finito per confondere il progresso con una lontananza dalle cose di natura. Invertire il processo, tornare come in passato, non ci credo. Anche se i luoghi sarebbero gli stessi.

La civiltà appenninica è in definitiva estinzione, dispersa per le valli. Non la salviamo con la nostalgia. Siamo figli e nipoti di quegli uomini ma manca la coscienza dell’abitare l’ambiente, nel senso di scambio, lavoro per frutti. La percezione integrale dell’abitare senza sentirsi assistiti, e senza scampo. Il sapere dei materiali, del recuperare, dell’aggiustare sempre. Una geografia impegnativa, mulattiere, spesso sentieri e basta. Per fare come loro dovremmo riavere le stesse circostanze di decenni fa lassù: distanze territoriali, isolamento, paura degli inverni. Non sappiamo più niente di certe paure. Siamo già altri uomini.

“Chi abita le montagne sente le istituzioni lontane, con un peso di obblighi e pochi diritti”. Perché?

Ad esempio. Negli anni abbiamo chiesto requisiti igienici e di sicurezza sul lavoro, il rispetto dei confini dei parchi per le attività di sostentamento umano. Chi viveva in montagna ha dovuto rispettare certe normative, giuste o meno, conta poco. Nel frattempo abbiamo consentito che prodotti provenienti da altre latitudini del mondo, dove normative del genere non esistevano, comparissero sugli scaffali dei nostri mercati in concorrenza.

“Si viaggia per incontrare domande”. Cosa intendi?

Penso sia normale pedalare con una domanda per la testa. Una curiosità segue l’andare del viaggio, il ritmo dei respiri e della pedalata. Una risposta è una cosa che smette, lascia spazio per una nuova domanda. Le domande possono durare giorni e mesi. E cambiano forma. Ci chiediamo cose diverse e il viaggio porta incontri, curiosità nuove.

In che modo questo viaggio ti ha cambiato, se lo ha fatto?

Non credo mi abbia cambiato, ha la stessa importanza di altri giri. Con questo itinerario è nato il progetto Cicloeremia, che consiste nel visitare in bicicletta l’Italia montana.

Emigrazione, fuga di cervelli. Di cosa abbiamo bisogno in Abruzzo?

Di quello che abbiamo già, credo. Una terra identitaria, l’Appennino sull’Adriatico. Si cammina quasi a tremila metri, ogni punto è alto abbastanza da vedere il mare. Una geografia molteplice, accogliente, orgogliosa come gli abitanti. La geografia si stampa nelle personalità. Capita spesso, a farci caso.

Anche per la mia storia personale, ammiro chi resta, chi prova qualcosa. Credo sia più difficile che partire. Capisco chi parte per un impiego preciso che sarebbe impossibile nel luogo d’origine. Capisco meno chi parte senza sapere verso cosa.

Stai ancora cercando il lupo?

Lo cerco tutte le volte. Non lo vedo mai, di sicuro lui vede me che passo.

(foto di Ezio Colanzi su cicloeremia.com)

 

 

 

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