L'intervista

Italo Fasciani, un 8000 nel cassetto: “La montagna è nel mio DNA”

24 Gennaio 2016

Di se Italo Fasciani, veterinario e alpinista originario di Molina Aterno, dice di avere la montagna iscritta nel codice genetico ed è proprio nel territorio subequano che ha iniziato a coltivare la sua passione seguendo il papà ed il nonno, sognando fin da piccolo le vette più alte. Non a caso, nel 2014, ha portato a termine con successo la spedizione al Cho Oyu, “La Dea Turchese per gli abitanti del luogo” sottolinea Fasciani, ossia la sesta montagna più alta al mondo, con i suoi 8202 metri sul livello del mare, al confine tra Nepal e Tibet a circa 30 chilometri dall’Everest.

Come nasce la passione per la montagna, quali le tappe per diventare alpinista e come si è sviluppato il progetto per raggiungere il Cho Oyu?
Da ragazzo mi sono divertito praticando tanti sport, ma la passione per la montagna è stata il filo conduttore che mi ha portato all’alpinismo e sci-alpinismo, diventando tra il 1986 e 1988 istruttore del CAI (Club Alpino Italiano) in entrambe le discipline. L’Himalaya è da sempre santuario e meta di ogni alpinista “di una certa età”, e lo è stato anche per me. Il progetto di salire un giorno oltre gli 8000 metri è stato un sogno nel cassetto che per tanti motivi legati alla vita si è aperto solo nel 2010 e incoronato il 2 ottobre 2014, giorno in cui ho messo piede sulla vetta del Cho Oyu senza ossigeno, in una piccola spedizione “aperta” di sei persone di cui io non conoscevo nessuno.

Dal film “Everest” vien fuori una lettura molto turistica di questa montagna, quasi un luogo in cui, soldi alla mano, si può raggiungere facilmente la vetta, è così?
A differenza della mia piccola spedizione, quelle grandi, così dette “commerciali”, facilitano molto la salita poiché assicurano ai partecipanti grandi attenzioni fra cui l’utilizzo di ossigeno addizionale dai 6000 metri in su e discesa, il trasporto anche dei bagagli personali e molto altro ancora. Paradossalmente pochi di questi sono quelli che arrivano in vetta, molti di più invece gli alpinisti, che come me, sono in piccole spedizioni autonome. Di circa 100 persone presenti nelle tendine d’alta quota a 7200m sul Cho Oyu, il 30 settembre del 2014, solo 14 sono arrivati in vetta il 2 ottobre, me compreso, di cui solo due appartenenti a spedizioni commerciali e con l’ossigeno.

Pericolo, adrenalina o l’andare oltre se stessi anche rischiando la morte, cosa spinge gli alpinisti a sfidare le montagne più alte del mondo?
Salire su un 8000 non è stata una sfida né alla montagna né a me, ma solo la sublimazione di un grande sogno. Non accetto la parola “sfida”. Ciò potrebbe comportare una pericolosa spirale per la vittoria a tutti i costi. Io ho sempre pensato di mettermi alla prova con il duplice obbiettivo della vetta e della mia integrità.

Come le catene montuose abruzzesi le sono state di aiuto?
Ci sono voluti più di due anni di preparazione specifica, fisica e psicologica, sulle Alpi e in Abruzzo fra Gran Sasso, Maiella e ovviamente il caro Sirente. Tutta la spedizione, dall’organizzazione, all’allenamento, al costante studio di ricerca, alla scalata alla vetta e quindi al ritorno a casa è stata un’impresa tutta personale. Oltre l’indubbia preparazione tecnica acquisita negli anni, ho perseguito una preparazione psicologica intensa, volta a percepire più ancora di quanto non facessi già, ogni sensazione, stimolo, cambiamento, del mio stato psico-fisico. Paura non ne ho mai avuta, tensione si. Alcuni momenti sono stati difficili e durissimi. I pericoli dietro l’angolo, qualche bufera e valanga mi hanno tenuto in tensione, e poi l’aria non bastava mai. Camminare e respirare insieme era un’impresa. Arrivato in vetta occorreva ancora scendere e non rischiare di entrare in quella percentuale di alpinisti che muoiono proprio durante il ritorno per la disattenzione o semplicemente per sfinimento.

Cosa consiglia a chi vuole azzardarsi ad intraprendere la via dell’alpinismo, qual è il primo passo?
L’alpinismo non è uno sport, ma una passione. Se ce l’hai, anche se te ne accorgi tardi, è bene affrontarla con moderazione e a piccoli passi, possibilmente acquisendo dimestichezza e pratica con l’aiuto di scuole d’alpinismo.

Toccato il cielo, qual è ora la prossima meta di Italo Fasciani?
Il prossimo passo è nel cassetto, un altro 8463, un po’ più alto e difficile. Quando arriverà il momento giusto aprirò il cassetto con rinnovato entusiasmo.

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