L'intervista

La poesia di Trip Abruzzo è firmata Savino Monterisi

16 Luglio 2019

Non posso negarlo, intervistare Savino Monterisi è stata una cosa assai strana. Compagni di giornale e di collettivo (Altrementi), ritrovarmi a porgli domande è stato emozionante, a tratti imbarazzante, ma poi via. Certe persone bisogna che si raccontino, soprattutto quando la visione che hanno non è fine a se stessa ma ha un raggio di azione giusto più ampio. Ancora meglio quando è ampio come un territorio dell’entroterra appenninico che ancora non riesce a raccontarsi per bene, nella sua bellezza intrinseca intendo. Allora diversamente dalla mia versione giornalistica qui posso permettermi di essere un po’ più blogger, un po’ più personale e trasmettere, attraverso Savino, paesaggi montani e selvaggi; e paesi, passeggiando e chiacchierando con chi li abita, lì dove il quotidiano si fa straordinario. Quasi giornalista, Savino oggi è anche guida ambientale Aigae. La settimana scorsa ha ufficialmente dato il “la” alla sua attività di “cicerone”, e se volete seguirlo potete farlo attraverso Trip Abruzzo (su Facebook).

Intanto partiamo da questa cosa che ha scritto qualche tempo fa:

Una piazza, una chiesa e un gruppo di case appaiate attorno ad un campanile che ogni giorno scandisce inequivocabilmente un prima e un dopo. E poi le montagne a fare da cornice e da confine, ad isolarci dal resto del Mondo, come se è solo qui che potevamo restare. 

Quando abbiamo scelto di tornare non avevamo troppe pretese. Volevamo solo riconciliarci con un pezzo di noi, con una parte di quell’esistenza dalla quale c’eravamo allontanati per mille motivi. Ritornare è stato un po’ come nei versi del poeta Frost “scegliere la strada meno battuta”. Da dove tutti partono per cercare: fortuna, un lavoro, una compagnia esuberante e una vita mozzafiato, noi siamo tornati, perché “la rivoluzione inizia da sé stessi”. 

Non so nemmeno perché ti parlo di tutto questo amico mio, avevo solo un po’ d’amore per una parte del mondo – una parte – dove sono nato e dove ancora vivo e poi odio, odio e ancora odio per tutto il resto.

Ed ecco invece l’intervista:

Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo percorso?

Le ragioni sono due: si tratta di una delle opportunità di lavoro che esistono nelle aree interne, e l’altra è che la montagna, e più in generale la natura, l’ho sempre frequentata.

Aree interne. Come hai ripetuto più volte sei uno di quelli tornato dalla città per una scelta politica. Cosa intendi?

Da qui vanno via tutti, chi decide di restare o di tornare lo fa per svariati motivi. Io l’ho fatto perché serviva qualcuno, qualcosa in questo territorio in cui non c’è nulla, che desse un punto di vista differente sulle cose. Il mio punto di vista, dei miei amici che la pensano come me. Sarebbe stato facile andare a Roma o a Bologna, trovare tutto apparecchiato e accodarmi a un gruppo che fa politica, ma la sentivo una scelta poco vera. Sentivo la necessità di impegnarmi in un posto che fosse mio. Mi sono sentito a casa sempre e solo a Bagnaturo, neanche a Sulmona dove vivo da 25 anni, e precisamente a casa di mia nonna. Posso dire che la Valle Peligna è il mio territorio di riferimento e ho pensato che qui c’era bisogno di qualcosa. Altrementi è un agglomerato di reduci, siamo stati tutti fuori e abbiamo scelto di tornare. Facciamo politica perché non bisogna mai subire le cose: se non ti occupi delle cose, le cose si occupano di te.

Pensi che il Centro Abruzzo possa essere turisticamente appetibile o ci sono scogli insormontabili, come l’incapacità di fare realmente rete?

C’è turismo e turismo. Fondamentalmente anche spianare un posto bellissimo per farci un resort a cinque stelle lo è, fermo restando che la mia idea è quella di un turismo non impattante, lento. In questa parte di Abruzzo è difficile per diverse ragioni, la prima è di carattere culturale perché abbiamo il mito del turismo “sviluppista”, quello dei grandi alberghi e impianti sciistici. Un turismo azzerato nel tempo per una classe media scomparsa e che si è un po’ internazionalizzata. Resta l’appetibilità di queste zone e il bisogno di competenze. Chi fa turismo è totalmente solo, lontano dagli altri operatori economici e non considerato dalle istituzioni, purtroppo fondamentali in questo passaggio. Facciamo un esempio, Bagnaturo non ha niente, non ha affreschi, belle chiese o altro, se cammino per l’unica strada le vecchiette mi fermano, mi chiedono se vogliono il caffè, di chi sono il figlio. Questo tipo di esperienza non è replicabile altrove e soprattutto è una delle tipicità che abbiamo dal punto di vista sociale. Poi abbiamo unicità di carattere economico, penso agli artigiani, ai pastori, cose che vanno scomparendo e preziose per i turisti in cerca. In Valle Peligna sopravvive una sorta di unicità molto povera e sottovalutata che andrebbe valorizzata. Questo dovrebbero farlo gli operatori economici, che ora stanno puntando ad altro. Qui arrivano viaggiatori inglesi, danesi di una certa età, che hanno già girato il mondo e che nel frattempo sono stufi di vedere sempre le stesse cose, per trovare un’originalità che sopravvive. Un altro problema è che manca la narrazione del territorio. Oggi non vale cosa vendi ma come lo vendi.

E qui arriva Trip Abruzzo…

All’inizio era nato come esperimento per raccontare i giri che facevo per l’Abruzzo con i miei amici. Sono sempre stato affascinato dalla paesologia. Se c’è un posto in Italia dove i paesi hanno molto da dire e sono poco raccontati è di certo il Centro Italia. Girando per i borghi si trovano tantissimi materiali. Quindi nasce come esperimento, un tentativo per raccontare il territorio. In certi miei scritti c’è questa trama di fondo. C’è una fetta di pubblico alla quale le emozioni interessano ancora, quindi ho sempre pensato di metterci la poesia, le emozioni, anche nelle mie altre attività, ho notato che c’erano persone a cui arrivava. E’ una narrazione soggettiva. Inoltre sui social si comunica molto attraverso le immagini dove l’interpretazione è a discrezione di chi vede la foto, quello che faccio io è andare oltre il racconto delle immagini. Un esempio: a cinque minuti da Rocca Calascio c’è Castelvecchio Calvisio, uno dei borghi più belli d’Abruzzo. La gente non ci si ferma perché viviamo in una società dei consumi, questo significa che le persone “consumano” i luoghi che impazzano sui social, nessuno si ferma a rifletterci sopra.

Per la tua attività di guida come intendi organizzarti?

Diverse cooperative propongono attività e lo fanno anche molto bene. Quello che tenterò di fare io è aggiungere a queste competenze, prettamente scientifiche, le emozioni e la poesia. Mi piacerebbe soffermarmi sulla bellezza di un paesaggio, leggere tratti di libri e poesie, concentrarmi sul Morrone, la mia montagna, perché ho tanto da raccontare. Se io accompagno qualcuno sull’eremo di Celestino (Badia), non posso solo raccontargli che si tratta del luogo in cui si ritirava in meditazione il Papa del “gran rifiuto”, io là ci sono cresciuto, per me c’è un mondo di sensazioni che tornano ogni volta che vado. Simile è stato il lavoro fatto durante l’incendio: la mia non è stata solo cronaca ma anche la necessità di trasmettere emozioni, ha funzionato. Farò questo attraverso escursioni che organizzerò principalmente il fine settimana.

Da qui a dieci anni come ti vedi?

Sono all’inizio di un cammino quindi mi vedo nel corso di questo cammino. Sarò ancora qua, tra queste montagne. Al giornalismo, al mio attivismo, al fare da guida vorrei aggiungere la scrittura. Niente di nuovo, Franco Arminio lo ha già fatto per i suoi paesi, io lo farò per i miei.

C’è qualcosa che ti preme dire?

Le mode, il consumo, Instagram, certi paesi che diventano famosi hanno beneficiato di tendenze e va bene perché aiuta certi posti ad essere frequentati, quello che vorrei dire è che andrebbe fatto uno sforzo ulteriore per raggiungere quella consapevolezza del consumo e non lasciarsi travolgere. Voglio condividere un passo dal libro “In the Abruzzi” della scrittrice Anne MacDonell, è del 1908 ma è come se non fosse mai passato un secolo:

“In Abruzzo, ci sono vestigia di grande valore artistico che meritano un viaggio. Tuttavia, la maggior parte di esse deve essere scovata in vallate deserte e non frequentate, in borgate quasi disabitate o su remote montagne. Al viaggiatore sfuggiranno dunque quasi tutte queste testimonianze. Non ci sono raccolte di reperti, né centri di questa o quella scuola artistica, per cui i colti discepoli di Ruskin e Berenson resteranno qui senza guide né ciceroni. Essi devono trovare da soli queste gemme, per lo più mutile o restaurate in modo biasimevole, altrimenti non potranno goderne”.

Simona Pace

You Might Also Like

No Comments

Leave a Reply