L'intervista

Piccoli mondi dell’Appennino, un tè con la scrittrice Rita Pasquali “In plenitudine”

12 Novembre 2016

Tra i meandri della letteratura restano imbrigliati  i paesaggi che fanno da scenario ad ogni storia. Paesaggi che nel caso di “In plenitudine” di Rita Pasquali, Lupi Editore,  si trasformano in veri e propri quadri dai quali si possono carpire addirittura gli odori delle stagioni, quelle che accompagnano la protagonista verso la consapevolezza. Per Rita Pasquali, abruzzese di Castel di Ieri, classe 1953,  questo è il primo romanzo, ma tanti sono stati i racconti e gli studi pubblicati nella rivista “Quaderni Peligni”, fondata da Vittorio Monaco, e nella collana “Insieme per il Centro Abruzzo”. Delineare la sua figura intellettuale è cosa assai difficile perché vi convivono diverse passioni che la rendono una donna culturalmente completa, di professione maestra ma con tanta di quella curiosità da poterla classificare, questo posso dirlo, nella categoria delle eterne ricercatrici. La scrittura è una delle sue grandi passioni, quindi, e la ricerca di ciò che siamo stati, non solo nell’ambito generale, ma anche e soprattutto in riferimento all’Abruzzo interno, sembra essere la sua missione. Tanto a riguardo scopriremo in futuro (lo spero) ora, però, concentriamoci su “In plenitudine” cercando di scoprire qualcosa in più sul libro e l’autrice davanti ad una buona tazza di tè accompagnata da una fetta di pane e marmellata fatta in casa, indovinate da chi?

I paesaggi descritti nel libro possono tranquillamente essere affiancati a qualsiasi paese dell’Appennino. A riguardo, infatti, hai dichiarato di non esserti ispirata solo all’Abruzzo nonostante il tuo forte legame con questa regione. Dei piccoli paesi cosa si sta perdendo e cosa c’è  da conservare assolutamente?

I paesi conservano se stessi senza fare nulla complice l’isolamento, l’emigrazione, lo spopolamento. Essi si sono mantenuti con una piccola evoluzione dopo il boom economico, ma non fanno nulla e nessuno fa nulla per sviluppare o mantenere delle cose. Noi che abitiamo queste “realtà provvisorie”, come le definisce Franco Arminio, dobbiamo trovare quelle peculiarità che ne diano le caratteristiche per cercare di farli sopravvivere. Si mantengono per forza di inerzia e per forza di natura, ma da salvare è certamente l’urbanistica, testimonianza della storia.

Nel libro ci sono tantissime descrizioni naturalistiche di notevole pregio, quanto l’essere umano è oggi a contatto con la natura e in che mondo una sua lontananza si traduce anche in una separazione dal sé più autentico?

Chi mi conosce sa che sono in simbiosi con questa terra, ho potuto odorarne le pietre, questo è un tratto autobiografico che è chiaro e presente nel libro. Mi sono rifugiata sempre nella natura, osservandola, studiandola. Questa natura la ricordo, la faccio ricordare ai lettori. Una persona diversamente giovane può ricordare l’odore del latte appena munto, l’odore della legna nel camino, tutto ciò deve essere tramandato. Un bambino, oggi, non conosce il nome di un uccello, di un fiore, di un albero. Una cosa triste, non c’è più il rapporto con questo paesaggio naturale e meraviglioso che prima per i bambini era fondamentale, si usciva anche solo per raccogliere le foglie. Non dico che ora non si sa più nulla, ma è come se il bambino non ne abbia la consapevolezza. Tuttavia ci si ritornerà, non si può tradire la nostra Madre Terra perché altrimenti lei tradirà noi.

L’evoluzione che ci attende porterà a questo?

Noi siamo il frutto della rivoluzione economica, tutto viene dal supermercato e non direttamente dalla natura. Le industrie ci hanno tolto tutto, anche la pratica. La gente comune, ormai, non sa più come lavorare i frutti della natura, come essiccare le erbe e ricavarci dei coloranti per le torte, ad esempio, e le persone non sono abituate ai prodotti cosiddetti “naturali”. I prodotti da supermercato costano in termini di salute ed economici. Le masse hanno avuto dopo l’Illuminismo la “felicità possibile”, poi le guerre ed ora questa crisi. Oggi si parla di decrescita, di ritorno alla terra, ci sono realtà rurali nuove, ma ancora non è abbastanza. Se fossi un giovane disoccupato alleverei uno, due, tre maiali per venderli. C’è il saper fare, ma non c’è l’imprenditorialità. Con l’industrializzazione ci hanno ubriacato ed ora non si conosce neanche più il nome del trifoglio.

E sul legame tra natura e magia, tra l’altro presente nella tua storia con la credenza della protagonista  dell’esistenza di un mostro oltre le rocce?

E’ il pensiero magico dei bambini che si rafforzava un tempo con il riscontro ad alcune credenze, come i vermi sul terreno che presagivano il terremoto, i lividi causati dalle streghe che succhiavano il sangue di notte mentre la vittima dormiva… La superstizione era la scienza di una volta. Buona quella della civiltà contadina che preservava l’uomo, la natura e gli animali. Poi è arrivata la religione…

Sei credente?

Io sono per il sacro, la sacralità è la vita stessa, c’era da prima che subentrasse l’istituzione “Chiesa”. Non tutto ciò che ha fatto è marcio certo, pensiamo alle opere di bene e alle bellezze architettoniche. Il potere, però, rovina tutto.

“In plenitudine”, cos’è?

Albinati, premio Strega, è riuscito  a catturare e descrivere quello che io intendo con questo termine. Scrive a proposito del peccato originale: “Rispettando il divieto, l’uomo non avrebbe mai avuto accesso alla condizione umana, non avrebbe mai raggiunto la sua pienezza (…) che consiste nella sua manchevolezza”. La pienezza è la vita, è la condizione umana, l’umanità, l’universalità della vita, l’antico, il nuovo, le varie combinazioni.  Sono curiosa di conoscere da dove proveniamo, cosa è successo, da junghiana credo nel fatto che quello che è stato ci ha segnato, voglio capire che cosa mi ha preceduto per dare un senso alla vita. So che non sarà possibile, ma, come affermo nel libro, si arriverà a conoscere solo alcuni tratti dell’esistenza umana.

Nel romanzo scrivi: “Il privato diventa pubblico, il pubblico diventa privato nei meandri di piccoli pettegolezzi, di cui si vanta, taciuta, la funzione censurante, normativa o liberatoria magari con l’ironia”.

Nei piccoli paesi tutti sanno tutto di tutti.

A proposito delle particolarità stilistiche del libro?

Ho cercato di entrare dentro l’animo di una persona, della protagonista che non ha mai avuto modo di rapportarsi con l’esterno, non ha mai giocato se non con il grano, una donna introversa che non ha vissuto, protetta sotto una campana di vetro. Lei parla solo con se stessa, si pone domande e cerca di darsi spiegazioni, soprattutto, circa la sua relazione finita male e che nasconde un segreto indicibile.

Il tuo libro preferito da bambina?

Le favole di Grimm.

E da adulta?

Silone, sono una siloniana pura, conosco i suoi parenti, sono legata al mio territorio. Poi Moravia, Morante per la letteratura moderna. Della letteratura classica, invece, Tolstoj con Anna Karenina e Guerra e Pace.

In quanto al tuo costante impegno nelle associazioni culturali del territorio?

Le associazioni sono uno strumento. Io sento di avere il dovere di trascrivere quello che so perché, purtroppo, non ci sono molte persone che scrivono e che tramandano: ricordi di guerra, fiabe, tradizioni gastronomiche, credenze e altro. La mia necessità è conoscere e tramandare il nostro microcosmo che difficilmente sarà oggetto d’interesse degli antropologi.

Rita Pasquali non si esaurisce in queste risposte e volentieri tornerò a fare due chiacchiere con lei anche perché in fatto di confetture è brava tanto quanto lo è nella scrittura.

 

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