Racconto di uno scatto

Storia abruzzese di donne minatrici

23 Mar 2017

(foto da Archivio Mino Gelsomoro)

C’erano una volta le donne della Majella, lavoravano nelle miniere…
Conosci questa storia? Io un po’ si perché lo scorso 18 marzo ho partecipato al convegno organizzato dal Parco Nazionale della Majella in occasione della Giornata Internazionale della Donna. “Miniere della Majella: storie di donne e lavoro” il titolo. Avete capito bene.

Le donne dell’800, complice la Rivoluzione Industriale, hanno contribuito all’economia mineraria di una zona della Majella che va all’incirca da Serramonacesca a Manoppello. Lì dove oggi, nascoste spesso da una fitta vegetazione, resistono squarci nelle pareti rocciose che sussurrano racconti di una microstoria, per molto tempo rimasta all’ombra e segregata nel buio del sottosuolo, lì dove  solo un secolo prima tutto era animato dal costante e faticoso lavorio di minatori e minatrici. A raccontarcelo c’erano quelli del G.R.A.I.M. (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella), la Soprintendenza dei Beni Archeologici e del Paesaggio e le testimonianze di diversi studiosi.

Inghiottite dalla terra si stima che in Europa, a fine ‘800, su dieci lavoranti una fosse donna. Una media che si può rintracciare anche nelle miniere della Majella. Donne minatrici, donne spingitrici di carrelli che lungo le gallerie muovevano rocce bituminose e non, donne destinate a spietrare ampie fette di terreno, donne impiegate nelle aziende, come a Scafa dove si producevano mattonelle, donne incinta costrette dalla miseria a piegarsi ad un lavoro che tra le altre cose le screditava a livello sociale. Lavorare nel sottosuolo 10 anche 12 ore a giorno, gomito a gomito con gli uomini, ledeva di non poco la loro reputazione. La società le considerava “male femmine”, ma tutto era sopportabile pur di riportare a casa lo stretto necessario per sopravvivere, pur di avere un minimo di autonomia economica. “Tanto lavoro per niente” ha sentenziato in un video-testimonianza Zia Maria, come affettuosamente la chiamano i compaesani. Un carico di lavoro, a cui andava aggiunto quello di gestione della casa e dei figli, da non avere uguali.

In Abruzzo le donne, o meglio le bambine, iniziavano presto a lavorare. A 10 anni raccoglievano a fatica sassi enormi da rivendere per pochi spiccioli, a volte anche meno di quanto era dovuto. E poi si finiva anche in galleria dove non esisteva l’ombra di una “maternità” come supporto previdenziale e dove, subito dopo il parto, bisognava tornare in tutta fretta per non perdere il proprio posto. Era questa la situazione delle donne nelle miniere d’Abruzzo, alcune di loro anche decedute nel portarlo avanti. E’ la storia di Rosa e Brigida, 16 anni, e Filomena, 19 anni, morte a causa di una frana. Solo un episodio dei tanti.

E poi nel 1902 una piccola conquista legislativa con la legge Carcamo che vietò l’ingresso nelle gallerie ai minorenni, introdusse due pause nel turno lavorativo di 12 ore, vietò le notti , riconobbe 4 settimane di maternità e l’allestimento di una stanza da allattamento dove le donne potevano allattare i neonati. Negli anni ’50 alle donne viene vietato il lavoro nelle miniere. Un’arma a doppio taglio perché se da una parte il principio base di quella legge fu la tutela delle fasce “deboli” della popolazione dall’altra ciò condannò le donne di famiglia alla disoccupazione. Fu così che si fece largo il lavoro in nero spesso elemosinato per la disperazione a paghe ancora più risicate.

Per la rubrica “Racconto di uno scatto” di marzo ho voluto omaggiare le donne d’altri tempi, quelle che con sacrificio, determinazione, tenacia ci hanno permesso, anche inconsapevolmente, di arrivare oggi ad una condizione nettamente migliore rispetto al passato. Spetta a noi, ora, impegnarci nel lasciare alle future donne una società ancor più rispettosa della dignità umana.

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