L'intervista

Toc toc… chi è? Sono il lupo

18 Dic 2015

 

Da quello di Cappuccetto Rosso all’altro che mangiava la frutta dei bambini, il lupo ha sempre incarnato, nell’immaginario collettivo, il concetto di aggressività, ma la realtà è ben diversa. A spiegarcelo è Piero Grossi, laureato in Biologia Ambientale presso l’Università degli Studi dell’Aquila, educatore ambientale e guida ambientale escursionistica, Grossi, per conto della cooperativa Il Bosso di Bussi sul Tirino, si occupa di effettuare visite guidate presso la Riserva della Forestale di Popoli (Pe), un punto ricovero per animali selvatici bisognosi. Qui, tra gli altri, sono ospitati anche i lupi ai quali è possibile far visita nei modi ed orari stabiliti. E’ proprio di questo meraviglioso predatore che Le Mille e un Abruzzo ha deciso di parlare in un periodo in cui  sempre più frequenti diventano gli avvistamenti, anche all’interno di città e paesi, destando non poca preoccupazione.


Prima era solo il personaggio delle favole, una fantasia, quasi un’eresia incontrarlo, oggi, invece, il lupo è un animale che si lascia vedere, conoscere e che, in caso di bisogno, raggiunge i centri abitati. A che cosa sono dovuti i frequenti avvistamenti?
I motivi che hanno permesso la riconquista di molte zone del nostro Paese da parte della grande fauna, e quindi anche da parte dei lupi, sono diversi:  lo spopolamento delle aree montane, le leggi emanate a protezione della specie, lo sviluppo delle aree protette, i risarcimenti agli allevatori che subiscono danni al bestiame, i finanziamenti a favore degli allevatori per realizzare recinti o ricoveri e una maggiore sensibilizzazione hanno contribuito a questo processo di riconquista, che ha determinato un maggior numero di avvistamenti. L’incremento della popolazione di lupi nel nostro paese, inoltre, ha portato ad un conseguente aumento degli individui solitari, costretti molte volte ad attraversare  zone abitate per effettuare gli spostamenti. Tali avvistamenti non sono frequenti allo stesso modo durante tutto l’anno: nel periodo invernale, infatti, è più facile che gli animali scendano a quote più basse, seguendo magari sentieri battuti invece di affrontare la neve fresca.
Sono davvero pericolosi come credenza popolare vuole?
Sulla base dei dati riguardanti l’ultimo secolo, ma anche oltre, si può dire che l’attacco di un lupo verso l’uomo è statisticamente improbabile. Esistono documenti storici che testimoniano diversi attacchi nei confronti dell’uomo, ma bisogna considerare che in passato spesso i racconti si distaccavano dalla realtà. Questo non vuol dire che tutte le testimonianze siano false, è infatti necessario considerare diversi elementi, come ad esempio il fatto che  diversi episodi di attacchi verso l’uomo, avvenuti nel 1800, sono da attribuire a  lupi affetti da rabbia, o a particolari circostanze non riportate nel racconto. In ogni caso, la possibilità di essere attaccati da un lupo è molto bassa. Consideriamo che in Italia ogni anno muoiono da 5 a 20 persone per reazioni allergiche al veleno degli insetti e più di 10 persone ogni anno muoiono colpite da un fulmine, per non parlare degli incidenti di caccia che fanno registrare numeri molto più elevati (nella stagione venatoria 2012-1013 ci sono state 113 vittime, di cui 25 morti e 88 feriti, in 46 giorni!).  Quindi se per PERICOLO si intende la gravità dell’incidente moltiplicata per la probabilità che esso si verifichi, possiamo affermare che il lupo sia uno degli animali meno pericolosi. Il fatto che alcune persone vedano ancora  il lupo come un animale aggressivo verso l’uomo è comunque comprensibile: quale bambino non ha mai sentito parlare di “Cappuccetto Rosso” o de “I tre porcellini”? Quanti genitori non hanno mai detto ai propri figli: “…..se adesso non ubbidisci arriva il lupo cattivo e ti mangia!” ?
Come bisognerebbe comportarsi in caso di incontro ravvicinato?
Se si ha la fortuna di incontrare questo fantastico predatore non bisogna assolutamente aver paura e non bisogna agitarsi, anche perché non c’è motivo di farlo. Se l’incontro avviene a breve distanza è sufficiente parlare a voce alta per far scappare subito l’animale. Se invece l’animale si trova a maggiore distanza si può godere, in silenzio, questo raro spettacolo.  Bisogna fare comunque attenzione nel caso in cui si incontrino dei cuccioli di lupo (probabilità ancora più bassa). In quest’ultimo caso non bisogna assolutamente avvicinarsi poiché i genitori, o alcuni conspecifici, si troveranno sicuramente nelle vicinanze e per difendere la prole potrebbero mettere in atto comportamenti aggressivi nei confronti dell’osservatore.

Raccontaci un po’ la storia di questo animale: chi è il lupo e come vive?
branco lupiIl lupo vive in unità sociali costituite da un gruppo di individui che si spostano, cacciano, si nutrono e riposano insieme. Ogni branco ha un proprio territorio, le cui dimensioni dipendono soprattutto dalle risorse alimentari. Al vertice del branco c’è la coppia alfa, seguita nella gerarchia dai lupi nati negli anni precedenti: una vera e propria famiglia, alla quale solo raramente si aggiunge un altro individuo.

Molte volte i lupi estranei al branco vengono allontanati dal territorio o uccisi.  In fondo alla gerarchia può esserci un lupo omega che, piuttosto che vivere da solo, subisce le aggressioni e le sottomissioni degli altri lupi, non partecipa alla fase di caccia ed è costretto a mangiare solo gli avanzi delle prede. In Italia il territorio di un branco può oscillare dai 120 ai 400 kmq e varia comunque nel corso dell’anno.

Per quanto riguarda le dimensioni del branco, anche se in natura sono stati osservati gruppi molto numerosi, la dimensione media è comunque di sette lupi. Essa è regolata da alcuni parametri, come la mortalità, la produttività, la disponibilità e la tipologia di prede e l’età media in cui i giovani vanno in dispersione, staccandosi dal resto del branco. Questi ultimi vengono definiti; l’allontanamento dal nucleo familiare può verificarsi per diversi motivi, ad esempio se in un branco si creano situazioni di sovraffollamento i giovani di due anni vengono spinti ad allontanarsi. Una volta separati dal branco, i “lupi solitari” cercheranno di costituirne uno nuovo, in un territorio non occupato da altri conspecifici. La loro vita non sarà tuttavia facile, poiché l’attività di caccia svolta da un singolo individuo piuttosto che da un gruppo di più lupi richiede uno sforzo maggiore. Possono diventare “lupi solitari” anche gli individui più anziani: la vita media di un lupo ha una durata di circa 7 anni; quando un individuo raggiunge questa età non riuscendo più a dare il suo contributo al sostentamento del branco viene allontanato con la forza da esso.

La maturità sessuale viene raggiunta al secondo anno di vita, anche se sono stati registrati  casi di lupe in cattività che hanno partorito al all’età di dieci mesi. A differenza del cane, che può riprodursi più volte l’anno, il lupo si accoppia in un unico periodo, che in Italia cade tra febbraio e marzo. La riproduzione interessa, generalmente, solo la coppia alfa. La gravidanza ha una durata di circa nove settimane, al termine delle quali, a fine maggio, nascono mediamente 5-6 cuccioli. Qualche settimana prima del parto la femmina alfa costruisce una tana (durante il resto dell’anno i lupi non hanno una tana stabile) e poco prima di partorire ne prepara anche un’ altra o altre due, in maniera tale che, in caso di disturbo o nel caso si venissero a creare condizioni igieniche sfavorevoli all’interno del primo rifugio, i piccoli possono essere spostati in una zona più sicura.

I cuccioli, ciechi e sordi alla nascita, si nutrono del latte materno per le prime tre settimane. Successivamente essi vengono nutriti sia dalla madre che dagli altri componenti del branco con del cibo predigerito e rigurgitato. Dopo circa due mesi iniziano invece a nutrirsi da soli e si spostano in siti chiamati rendez-vous, dove passano il tempo a giocare ed esplorare il territorio circostante. Il numero dei nati dipende naturalmente dallo stato nutrizionale della madre. Purtroppo, i cuccioli presentano un’elevata mortalità (pari a circa il 60%) nel primo periodo della loro vita, a causa di diversi fattori, come malattie e scarsità di cibo. In seguito, durante l’autunno, i piccoli iniziano  a seguire gli adulti nei loro spostamenti, cominciando così ad imparare la “vita da lupi”.

lupu ululatoPer quanto riguarda i metodi di comunicazione di questa specie, l’ululato è sicuramente il più affascinante.  Le funzioni dell’ululato sono diverse: rafforzare i legami tra gli individui del branco, rivelare la propria posizione ad altri lupi confinanti allo scopo di marcare  il territorio, oppure  lanciare un allarme nel caso di una presenza sgradita. Anche il muso, la coda  e le orecchie vengono utilizzati per comunicare con gli altri individui: in caso di comportamento aggressivo, ad esempio, il lupo scopre la dentatura, posiziona le orecchie all’indietro, e la coda si mette in posizione orizzontale.

Sui lupi sono state inventate molte storie e false dicerie a partire già dall’antichità, gli sono stati attribuiti poteri magici da autori come Platone, Virgilio, Plinio e Ovidio, i quali ritenevano, ad esempio, che chi è visto da un lupo prima di averlo visto a sua volta è destinato a rimanere senza voce o, ancora, che la giumenta che dovesse poggiare lo zoccolo sull’impronta di un lupo non potrà più partorire.
Ma anche noi, nella nostra vita quotidiana, cadiamo in alcune inesattezze: quando si dice a qualcuno “in bocca al lupo” spesso si ottiene in risposta“crepi!”. Non è certamente questa la risposta da dare: tra le strategie messe in atto dai lupi al fine di conservare la specie, infatti, rientra il comportamento della lupa che, in caso di pericolo, prende i propri cuccioli con la bocca per portarli al sicuro.“In bocca al lupo” rappresenta quindi uno dei migliori auguri che si possano fare, poiché trovarsi in bocca al lupo significa trovarsi in tutta sicurezza. Pertanto, basta rispondere con un semplice “grazie!”.

Quali sono stati in Abruzzo i progetti per la salvaguardia del lupo e quanti esemplari ci sono ad oggi in regione?
Il lupo in Italia ha rischiato l’estinzione a causa della forte persecuzione da parte dell’uomo (la caccia a questa specie è stata legale  fino al 1971). Presente in tutta Italia fino all’inizio del 1900, la specie è  in seguito scomparsa prima sulle Alpi, intorno agli anni ˈ20, e poi in Sicilia, intorno agli anni ˈ40. Negli anni successivi anche il resto della popolazione italiana ha subito una drastica riduzione a causa della caccia spietata.

A partire dagli anni ˈ70 sono state attuate le prime politiche di conservazione e di protezione della specie, che hanno permesso  una buona ripresa della popolazione: nel 1971 il Decreto Natali ha eliminato il lupo dall’elenco dei “nocivi”, ne ha proibito la caccia e ha vietato l’uso di bocconi avvelenati. Nel 1972 è stato realizzato il primo progetto di conservazione del lupo in Italia, denominato operazione San Francesco e attuato da WWF e Parco Nazionale d’Abruzzo. Nello stesso anno Erik Zimen e Luigi Boitani hanno effettuato la prima indagine sulla specie, durante la quale sono stati contati poco più di cento lupi in un’area compresa tra i Monti Sibillini e la Sila. Nel 1976 il lupo è diventato specie integralmente protetta grazie a un altro Decreto Ministeriale (decreto Marcora). La legge 11 febbraio 1992 n. 157, infine, ha inserito il lupo tra le specie “particolarmente protette” e il successivo D.P.R. 357/97 ha richiesto alle autorità competenti un monitoraggio delle popolazioni. Nella nostra regione nel 2010 è stato avviato il progetto Life Wolfnet, coordinato dal Parco Nazionale della Majella, che rappresenta il primo tentativo di conservazione e gestione coordinata del lupo nell’Appennino.
Anche l’istituzione di Parchi, Riserve e altre aree protette nel territorio nazionale è stata fondamentale per una buona ripresa della specie anche in quei territori dove si era precedentemente estinta. Secondo un recente studio condotto dall’ISPRA sarebbero circa 321 i branchi presenti in Italia, con un numero di lupi che va da 1269 a 1800.  Parlare di numeri in questi casi, comunque, è sempre un po’ complicato dal momento che si tratta di stime.
Nella nostra regione, secondo gli studi effettuati, sono presenti circa 250 individui: 9-10 branchi riproduttivi nel Parco Nazionale della Majella, con una consistenza complessiva di circa 70-80 individui totali (compresi quelli in dispersione); 13-15 nuclei riproduttivi nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, con circa 100 lupi; 7-8 branchi riproduttivi nel Parco d’Abruzzo Lazio e Molise, con un numero di circa 45 lupi.

 

Cosa c’è ancora da fare?
Probabilmente bisogna ancora lavorare sul conflitto che ancora esiste tra  carnivori e  attività umane e considerare quindi il problema all’interno delle strategie  e delle politiche di conservazione. Nello stesso tempo è necessario che le persone interessate da questo problema, come allevatori e agricoltori, utilizzino i mezzi di protezione (recinzioni, ricoveri ecc.), spesso messi a disposizione gratuitamente da parte degli enti locali o acquistabili tramite finanziamenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

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