L'intervista

Valentina Di Cesare: “Scriverò fin quando sarò viva”

8 Agosto 2019

Il suo stile è frizzante ed essenziale, sobrio e mai banale, lei è di Castel Di Ieri, insegnante a Milano, è Valentina Di Cesare e nel panorama letterario si sta ritagliando il suo spazietto. Le premesse, d’altronde, ci sono tutte e se non avete ancora letto nulla, siete moralmente impegnati a farlo, ma non prima di aver letto questa intervista qui.

Come nasce e cosa vuoi trasmettere con “L’anno che Bartolo decise di morire”?

“L’anno che Bartolo decise di morire” è un libro che tenta di osservare alcuni aspetti delle relazioni amicali. Ho cercato di “fotografare” un piccolo gruppo di persone che si conosce da tempo e di mettere i loro componenti di fronte ad un evento grave che vede uno di loro come protagonista. Mi sono chiesta attraverso loro: siamo davvero in grado di aiutare le persone che amiamo? Siamo pronti a star vicino a coloro che chiamiamo amici? O sosteniamo  di amarli incondizionatamente soltanto, machiavellicamente parlando, in periodo di bonaccia? Siamo capaci di mettere a rischio le nostre certezze, le nostre comodità sociali e dunque di affiancare gli amici anche quando non ce la fanno a sorridere come hanno sempre fatto? 

È evidente che i tuoi scritti sono sempre incastonati in contesti vaghi ma allo stesso tempo ben precisi, quanto entroterra abruzzese c’è?

La scelta di non identificare mai i luoghi e i tempi è, del tutto naturale e non programmatica, penso che abbia a che fare con le esigenze della mia voce e del mio (eventuale) stile. Il territorio dal quale provengo è chiaramente presente e penso che in parte sarà sempre rintracciabile in tutto ciò che scriverò. 

Come, dal tuo punto di vista, un territorio come quello di cui parli, tra montagne, difficilmente accessibile, può essere da spinta e freno per le persone che lo abitano?

Il cambiamento di qualsiasi luogo parte sempre dalle persone, dal saper accogliere nuovi punti di vista, dall’essere in grado di assimilarli e di portarli agli altri attraverso una verità pura, quella priva di livore. Sono processi complessi, spesso né brevi né indolore.

Da cosa ti lasci ispirare per i tuoi romanzi?

Sono in continua osservazione di quel che mi accade intorno ma non lo faccio di proposito: è qualcosa che avviene senza che io lo programmi. Ci sono aspetti particolari dell’umano che mi interessano e mi affascinano da quando sono bambina, sono istintivamente portata a inseguirli e spesso non c’è nemmeno bisogno che questo accada, perché talvolta mi sembra  quasi che siano loro a trovare me.

“Marta la sarta”, il tuo primo romanzo, ha fatto bei passi nel panorama letterario. Raccontaci brevemente la sua evoluzione.

“Marta la sarta” è stato il romanzo con cui ho superato il “limite” dell’imbarazzo e mi sono anche un bel po’ irrazionalmente buttata sulla strada della scrittura. Ho sognato molto sia mentre lo scrivevo che all’indomani della pubblicazione, ma ero molto inesperta e ho vissuto in una specie di grande bolla illusoria da cui dopo, fortunatamente, sono uscita, non senza qualche acciacco. Il primo libro è un rischio, ci si può convincere di tante cose errate, si arriva ad essere addirittura vanesi, anche in buona fede, poi per fortuna si smette. I libri hanno tempi diversi da quelli umani e la loro voce non si esaurisce nel tempo della cosiddetta promozione.  Il romanzo è stato tradotto in lingua romena dalla traduttrice Carmen Fageteanu, mentre il traduttore egiziano Islam Fawzi ne ha tradotto un capitolo in arabo sulla rivista letteraria dell’Università de Il Cairo. Marta la sarta inoltre è diventato uno spettacolo teatrale, il cui adattamento è stato realizzato dalla regista aquilana Eva Martelli. E’ stato rappresentato a Lanciano per la prima volta lo scorso dicembre e tra il prossimo autunno e il 2020 ci saranno nuovi spettacoli. 

Quando e come ti sei accorta della tua propensione alla scrittura?

Si giunge a certe consapevolezze secondo me, attraverso una logica binaria. Certe cose si capiscono in parte istintivamente, sono epifanie, inizialmente esigenze inspiegabili, tendenze profonde, che comprendi sempre di più di non poter assecondare. La parte restante viene dalla ragione, e la ragione non arriva per forza crescendo con l’età,  ma maturando, confrontandosi col mondo, conoscendolo, interrogandosi di continuo. Guardandomi indietro so dunque, ma posso dirlo solo ora, che il desiderio di esprimermi attraverso la scrittura c’è sempre stato e  adesso finalmente so che non sarebbe potuto essere altrimenti. 

Come sei riuscita ad incanalare questo tuo talento e hai mai avuto momenti di sconforto?

Vivo continuamente periodi di profondo sconforto, come pure di tristezza, di sfiducia nei quali mi convinco che non scriverò più, che non ho idee sufficientemente buone, che sto solo perdendo tempo, che fallirò. Sono periodo brevi o lunghi che si presentano ciclicamente, anche subito dopo un momento magari abbastanza buono e positivo.  Prima di arrivare a capire che la mia forma di espressione sarebbe stata questa, ho trascorso molto tempo senza saper bene su cosa concentrarmi, facendomi abbagliare da molte strade che per un po’ mi sembravano quelle giuste. Nel mio caso posso dire che ogni volta scrivere una nuova storia significa compiere un nuovo passo, togliermi di dosso un grosso macigno e, di conseguenza, staccarmi da una parte di me, perderla, vederla precipitare a valle mentre continuo a salire.  

Quali idee hai per il tuo futuro? Progetti, aspirazioni o simili?

L’unica cosa che so è che non smetterò mai di aver voglia di esprimermi, di dare voce a questa esigenza. Ormai convivo con questa dimensione altra, so che è grazie a lei che riesco a farmi piacere la realtà. Se il desiderio sarà sempre così tenace come lo è stato finora, vorrà dire che scriverò fin quando sarò viva. 

Simona Pace

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